Il discorso in Piazza Santi Apostoli a Roma, marzo, di Puria Nabati .
"Bismillahi Rahman Rahim
In Nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso
Amici, fratelli, sorelle, oggi io non parlo da commentatore. Non parlo da analista. Parlo da iraniano nato in Italia, cresciuto con il cuore iraniano, con una memoria divisa tra due terre che amo. Parlo da uomo che conosce l’Iran non attraverso la propaganda, ma attraverso la vita, avendoci vissuto. Attraverso la famiglia. Attraverso la cultura. Attraverso la religione. Attraverso il dolore e l’orgoglio di un popolo. E io oggi voglio dirvi una cosa semplice: noi iraniani siamo un popolo orgoglioso. Non siamo un popolo che ama vivere in ginocchio. Non siamo un popolo che si lascia educare con le minacce. Non siamo un popolo che si arrende facilmente. Perché il popolo iraniano non si inginocchia e non si genuflette davanti a nessuno tranne Dio, e lo ha dimostrato molte volte, costi quel che costi. Chi vuole capire l’Iran deve partire da qui. Deve capire che noi non siamo solo uno Stato. Siamo una civiltà. Siamo una memoria viva. Siamo un popolo che, quando viene colpito, reagisce.
Nel 1979 il popolo iraniano non cambiò soltanto governo. Spezzò una catena. Cacciò dalla propria terra i prepotenti americani e i sionisti, e dopo pochi giorni consegnò l’ambasciata israeliana ai palestinesi. Da allora l’Iran ha sostenuto in ogni modo possibile il popolo palestinese e la sua Resistenza, nonostante tutto ciò che questo ha comportato. Quel giorno l’Iran disse al mondo da che parte voleva stare: non con gli arroganti, i prepotenti, i colonialisti, gli occupanti, ma con gli oppressi.
Da allora ci hanno colpiti in tutti i modi.
Sanzioni, minacce, propaganda, isolamento.
Hanno provato a piegarci per quasi mezzo secolo. Eppure siamo ancora lì. In piedi.
Perché ci sono popoli che vivono di comodità, e popoli che vivono di dignità.
E lo abbiamo visto ancora una volta in queste settimane, quando il popolo iraniano è sceso nelle strade, sera dopo sera, per venti giorni consecutivi, nonostante la pioggia, la neve, la paura e i bombardamenti. Come dal 1979, è stato il popolo il vero protettore e custode della Rivoluzione e della Repubblica Islamica, qualunque cosa dicano i nemici e i loro mercenari. L’Imam Khomeini ha insegnato a una parte profonda del nostro popolo il valore dell’indipendenza, della giustizia, della resistenza.
E l’Imam Khamenei, in questi anni durissimi, ha incarnato per milioni di iraniani la fermezza di una guida che non si piega alla pressione, non arretra davanti alla minaccia e non separa la dignità nazionale dalla fedeltà ai principi. E per capire fino in fondo la resistenza iraniana bisogna capire Karbala. Bisogna capire l’Imam Husayn, il nipote del Profeta, che circa millequattrocento anni fa, nella piana di Karbala, sacrificò la propria vita pur di non piegarsi al tiranno del suo tempo. Bisogna capire Ashura e Karbala, miti e modelli con cui noi iraniani, e i musulmani sciiti in generale, crescono sin da bambini. Bisogna capire che per noi esistono situazioni e principi in cui perdere la testa è meno grave che perdere l’onore. Per questo io lo dico qui, senza esitazione: un vero iraniano può sacrificare la propria vita, ma non accetta la sottomissione. Può criticare il proprio Paese. Può lottare per cambiarlo. Può soffrire per i suoi difetti. Ma non lo offre al nemico.
E qui voglio essere molto diretto.
Io non vi dirò mai che in Iran tutto sia perfetto. Non ve lo dirà mai nessun iraniano.
Non lo penso.
Io stesso ho criticato leggi, politici, scelte.
Io stesso voglio un Iran migliore.
Ma c’è una differenza immensa tra voler migliorare la propria casa e volerla vedere umiliata dall’esterno.
C’è una differenza tra la critica e la resa.
Tra il coraggio e il servilismo. E allora diciamolo chiaramente: ci sono persone che parlano persiano, che vengono invitate nei media occidentali come voce degli iraniani, ma che non rappresentano l’onore, la storia, la cultura, la fede del nostro popolo. Rappresentano il rancore. Rappresentano la subordinazione allo straniero. Rappresentano la miseria morale di chi cerca approvazione insultando la propria patria davanti ai suoi aggressori. Io per questa gente non provo rispetto politico.
In Occidente vi fanno vedere quasi solo iraniani che odiano la Repubblica Islamica, e ve li presentano come se fossero l’Iran. Ma non è l’Iran. È una parte dell’Iran. Perché molti di quelli che sono contro se ne vanno all’estero, mentre milioni di quelli che stanno con la Repubblica Islamica restano nella loro terra. Restano in Iran. Restano sotto pressione. Restano sotto le sanzioni. Restano sotto le minacce. E restano pronti a sacrificare la vita pur di non tornare schiavi dell’imperialismo. Per questo voi vedete più facilmente loro in televisione.
Uno come me, uno che difende l’Iran senza inginocchiarsi al racconto dominante, nella radio e nella tv italiana non lo vedrete quasi mai. Perché un iraniano libero, fedele alla propria patria e non all’impero, per questo sistema è un pericolo.
Chi applaude la pressione straniera contro il proprio paese, chi gode delle sanzioni, chi si sente grande solo quando parla contro la propria terra, è una persona che ha perso l’onore, il buon senso e la fedeltà verso il proprio popolo.
Essere nati iraniani non basta.
Bisogna avere la schiena iraniana.
Bisogna avere la dignità iraniana.
Bisogna avere il coraggio di restare dalla parte del proprio popolo anche quando ci sono problemi, anche quando ci sono ferite, anche quando ci sono errori.
Un vero iraniano non chiama il nemico a colpire casa sua. Non festeggia l’assedio contro la propria terra. Non scambia la vendetta per libertà.
E io oggi vi parlo così anche perché amo l’Italia. Questa terra è parte di me.
Io sono nato qui. Sono cresciuto anche qui.
E proprio per questo mi spezza il cuore vedere l’Italia mettere il proprio territorio, le proprie basi, la propria struttura a disposizione della macchina di guerra americana.
Io faccio una domanda molto semplice:
con quale faccia si opprime un popolo e poi si finge di volerlo salvare?
Prima lo sanzioni. Poi lo minacci. Poi lo strangoli. E alla fine ti presenti come liberatore. No. Questa non è solidarietà.
Questa è arroganza imperiale.
Ogni popolo ha il diritto di migliorare il proprio Paese dall’interno. Nessun popolo si salva sotto le bombe. Nessun popolo cresce sotto il ricatto. Nessun popolo diventa libero grazie all’umiliazione imposta da potenze straniere.
Per questo oggi io dico all’Italia: non fatevi trascinare nella guerra.
Non mettete il vostro nome al servizio di chi incendia il mondo. Non diventate il corridoio di una violenza che poi ricadrà sui popoli.
E io questo lo dico anche perché la guerra io non la conosco per sentito dire. La guerra l’ho vista. La guerra dei dodici giorni, nel giugno scorso, l’ho vissuta, perché ero in Iran. Anche quella, come quella attuale, è stata scatenata da Stati Uniti e Israele proprio mentre il nostro governo stava tenendo delle trattative.
E quando hai visto bambini diventare orfani e madri spezzate dal dolore, non parli più della guerra come di una discussione astratta.
La guerra smette di essere una parola.
Diventa una ferita. Per questo io non voglio vedere soffrire i miei cari in Iran. E non voglio vedere soffrire le persone che amo qui in Italia.Solo chi ha perso il senso dell’umanità può desiderare la guerra per il proprio Paese. Solo chi è decaduto moralmente può gioire del sangue degli innocenti. E lasciatemi dire una parola anche per il Libano. Perché io ho fratelli e sorelle libanesi carissimi, e quasi ogni volta che li incontro trovo lacrime che il mondo non vuole vedere. Di loro si parla troppo poco. Ci dicono che vengono colpiti soltanto combattenti di Hezbollah, ma la Palestina e l’Iran ci hanno mostrato ancora una volta che, quando decidono di colpire, a cadere sono anche case, famiglie e civili innocenti. E il Libano questa ferita la porta da anni, troppo spesso nel silenzio di tutti. Noi invece dobbiamo restare dalla parte della dignità. Dalla parte dei popoli. Dalla parte di chi resiste senza inginocchiarsi. Perché il bersaglio non è solo l’Iran. Il bersaglio è ogni popolo che non vuole piegarsi. Ogni nazione che non vuole inginocchiarsi davanti all’impero. Ogni voce che osa dire no. E allora io oggi, da questa piazza, voglio lasciare un messaggio netto. Noi iraniani non siamo un popolo da spezzare. Siamo un popolo che ha imparato a resistere. Siamo un popolo che preferisce il sacrificio alla sottomissione. Siamo un popolo che non ha dimenticato Husayn, non ha dimenticato Karbala, non ha dimenticato che ci sono momenti in cui stare in piedi vale più che vivere comodi in ginocchio. E all’Italia io dico: abbiate dignità anche voi. Non siate servi. Non siate base di guerra. Non siate strumento nelle mani di chi usa i popoli e poi li abbandona. I popoli vogliono vivere. Gli imperi vogliono dominare. I popoli vogliono pace con dignità. Gli imperi vogliono obbedienza. Noi siamo qui per scegliere da che parte stare. Dalla parte della Palestina sempre viva. Dalla parte dell’Iran che resiste. Dalla parte dell'indomito Libano, del fiero Iraq, del nobile Yemen. Dalla parte dei popoli che non si piegano. Dalla parte di chi preferisce la verità alla propaganda e la dignità alla resa. E lasciatemi chiudere con queste parole. Io sono iraniano. Sono nato in Italia. Porto entrambe queste terre nel cuore.
E proprio per questo oggi vi dico: non lasciate che l’Italia venga trascinata nella guerra. Non lasciate che vi rubino il cuore con la menzogna. Non lasciate che vi convincano che la sottomissione sia saggezza. Noi veniamo da una verità antica e durissima: meglio soffrire in piedi che vivere in ginocchio. Onore ai popoli che resistono. Onore alla Palestina. Onore all’Iran che non si piega. Onore al Libano, all'Iraq, allo Yemen.
Fuori l’Italia dalla guerra. Grazie."
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